capitalismo

Il capitalismo. È sempre quella vecchia storia superata che qualcuno vorrebbe archiviare e che invece è il punto sostanziale che dovrebbe fare della sinistra una sinistra. Per loro salute e lavoro sono due pesi messi in contrapposizione come se fossero concorrenti. Una certa narrazione vorrebbe farci credere che sia inevitabile rinunciare a uno per avere un po’ di quell’altro.

In realtà, se ci pensate bene, qui il tema non è nemmeno il lavoro. Loro lo pronunciano così ma il dio per cui sono disposti a immolarci. Perché loro mica si immolano, ma figurati. È il fatturato, solo quello, tutti concentrati su quello. E un’ampia fetta politica completamente asservita a quello. Intenta solo a cercare una narrazione che ammorbidisca la realtà e che non li renda del tutto servi del fatturato..

Dicevano che l’epidemia ci avrebbe reso migliori. E invece la pandemia, come tutte le crisi profonde che percorrono un Paese, ha semplicemente fatto la punta a uno scenario. Tutto questo cova da sempre sotto la cenere: il capitalismo. È la stella polare che non va scalfita nemmeno di fronte a un centinaio di migliaia di morti e nemmeno con gli ospedali al collasso.

I segnali di questo ultimo anno sono stati molti e vale la pena metterli in fila, uno dopo l’altro, perché disegnano il quadro complessivo.

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La storia recente

23 febbraio di un anno fa: mentre a Codogno e nel lodigiano 11 comuni finivano in zona rossa in provincia di Bergamo si accende il focolaio che avrebbe dato inizio al peggior contagio Covid in Italia. Le immagini del dopo le ricordiamo tutti, quei camion militari che erano accorsi perché non c’era più lo spazio per tenere i morti. I quotidiani locali con un incessante spoglio di annunci funebri a riempire le pagine.

Furono lacrime per tutti. Ma quel 23 febbraio, dell’ospedale “Pesenti Fenaroli” di Alzano Lombardo vengono individuate due persone positive. Il Pronto soccorso viene chiuso momentaneamente poi subito riaperto per degli ordini “dall’alto” (raccontano così le testimonianze degli infermieri). Anche la “zona rossa” non arriva.

Comincia un estenuante e patetico balletto tra Regione Lombardia e governo. Su di chi fossero le responsabilità ma pochi giorni dopo un’intervista a Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, chiarisce un po’ di punti. Bonometti conferma di avere interloquito con Regione Lombardia (“ci siamo confrontati, ma non si potevano fare zone rosse. Non si poteva fermare la produzione”, dice in un’intervista a Francesca Nava per Tpi). Ribadisce che loro erano “contrari a fare una chiusura tout court così senza senso” .

Quando la giornalista gli chiede conto dell’enorme numero di contagi nella zona industriale nella bergamasca riesce a incolpare la “presenza massiccia di animali”. Dicendo che “c’è stata una movimentazione degli animali che ha favorito il contagio, parlo degli allevamenti. Questa potrebbe essere una causa”. Forse ce ne siamo dimenticati, un anno dopo, ma abbiamo dovuto leggere interviste così.

Il “no” di Confindustria (ma mica solo loro. Loro hanno semplicemente sempre avuto il coraggio di dirlo a viso aperto a differenza di altri mimetizzati come “difensori dei lavoratori”) alle misure restrittive si ritrova in tutta la rassegna stampa di tutti i giorni di questo ultimo anno:

Come si muoveva Confindustria

“Il giusto e necessario proposito di fronteggiare l’emergenza sanitaria – si legge in una nota rilasciata dalla Confederazione degli industriali del 10 marzo dell’anno scorso – non può e non dove aggravare l’emergenza economica che sta già piegando l’intero sistema produttivo del Paese”. Non serve nemmeno riportarne altre: sono tutte così. Tutte.

A proposito di lavoro e di capitalismo. In questo ultimo anno in cui tutti i media si sono buttati spesso in modo indelicato in tutti i rivoli della pandemia. Sempre pronti a rivendere la paura per ingrassare i clic e il numero di copie e lo share. In questo anno in cui abbiamo visto additare praticamente di tutto.

Passando dai corridori sotto al balcone ai solitari in spiaggia inseguiti dai droni in diretta televisiva, ai passeggiatori con cane, agli anziani che giocavano a carte, alle scuole, ai bar, ai ristoranti, agli uffici pubblici, ai teatri, ai cinema, agli stadi, ai parchi pubblici fino agli asili nido. Non c’è mai stata un’inchiesta, una dico una, dentro una fabbrica o una realtà produttiva; c’è stato pochissimo sui pendolari che vanno al lavoro. Niente di niente.

I sintomi del capitalismo

Se ripercorrete il racconto di quest’ultimo anno l’unico luogo di lavoro in cui si è messo il dito per valutare decessi e ammalati sono stati gli ospedali. Questo è simbolo di capitalismo. Comunque luoghi in ambito sanitario. Nelle fabbriche evidentemente non si è ammalato nessuno oppure, seconda ipotesi, un certo vento ha suggerito di rimanere piuttosto distratti sull’argomento.

Che il Pil dovesse viaggiare anche a costo di sovvertire le naturali priorità di un Paese. Che avrebbe il dovere di proteggere prima gli indifesi è scappato a Letizia Moratti, vice presidente di quella Regione Lombardia che da sempre è locomotiva dell’amorale produttiva che rappresenta il capitalismo, che in una riunione in Regione lo scorso gennaio diceva di aver già parlato con Arcuri e di aver “proposto quattro criteri.

Le zone più colpite, la densità abitativa, il tema della mobilità e il contributo che le Regioni danno al Pil. Secondo me questi criteri dovrebbero essere tenuti in considerazione non tanto per modificare la distribuzione dei vaccini perché non sarà possibile, ma se non altro per accelerare nei confronti di quelle Regioni che corrispondono a questi criteri”. Non bisognerebbe ragionare solo in funzione del Dio capitalismo.

In sostanza propone di vaccinare chi è “produttivo”. Lei nega, il giorno dopo esce un audio che la inchioda e precisa di essere stata fraintesa. Del resto è la stessa linea del presidente della Liguria Giovanni Toti .A novembre dell’anno scorso scrisse: “Per quanto ci addolori ogni singola vittima del Covid, dobbiamo tenere conto di questo dato: solo ieri tra i 25 decessi dalla Liguria, 22 erano pazienti molto anziani, persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese che vanno però tutelate”.

Se non bastasse ci sono anche le parole del presidente di Confindustria, Domenico Guzzini. Durante l’evento Made for Italy per la moda, martedì 14 dicembre 2020: “Ci aspetta un Natale molto magro, ma le persone sono un po’ stanche di questa situazione e vorrebbero venirne fuori. Anche se qualcuno morirà, pazienza”. Pazienza.

La scorsa settimana sempre Letizia Moratti ha annunciato trionfante di avere stretto un accordo con Confindustria per vaccinare gli operai all’interno delle aziende. Sarebbe una buona notizia se non arrivasse con quei toni trionfalistici proprio nella regione in cui ancora non si riescono a vaccinare i malati oncologici, gli invalidi e tutti quelli che ne avrebbero diritto secondo il piano nazionale.

Ancora una volta la stessa Moratti si è accorta della sua misera gaffe. Ha tentato una flebile marcia indietro dicendo che “tutto avverrà dopo essersi occupati dei più fragili”. Ah, grazie. A questi incontrovertibili fatti poi si potrebbe aggiungere una riflessione sulla goffa propaganda che improvvisamente ci ha colto. Raccontandoci dei rider che guadagnano 4mila euro al mese (ovviamente notizie smentite) che è servita a inoculare un po’ di senso di colpa, il solito ritornello del “se siete in difficoltà è colpa vostra perché siete dei fannulloni, noi abbiamo costruito un mondo pieno di opportunità”.

Conclusioni

Oppure volendo si potrebbe anche ragionare. Ma qui sarebbe lunga. Il capitalismo fa sempre la sua parte. La teniamo per un prossimo numero su restrizioni che sembrano congegnate per avere solo il tempo che serve per potere lavorare, spostarsi per lavorare e avere giusto il tempo di spendere per nutrirsi e poi rinchiudersi in casa: anche questo ci racconta perfettamente la priorità della produzione e della spesa. Insomma, è un “nasci, produci, consuma, crepa” a cui si aggiunge un “forse ti ammali”. Povertà, povertà assoluta questo di cui si parla. Fa male sapere che anche in Italia esistono bambini poveri. Questa è l’aria. Queste sono le nuove povertà.

Chissà se si riesce ad alzare la voce. Rimanete informati.

Di Riccardo Formelli

Analogic Marketing nasce alla fine del 2018, nel mese di dicembre, dalla mente e dalle mani del suo ideatore e fondatore Riccardo Formelli. La mission di Riccardo è quella di costruire un “Business in una box”, creando dei Training alla portata di tutti. Il progetto è infatti rivolto sia a chi conosce già il mondo del Marketing Online ma anche e soprattutto a chi parte da zero e sta muovendo i primi passi in quella direzione.

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